di Giampaolo Sodano

L’olio artigianale esiste perchè è il frantoiano l’unico vero produttore di olio dalle olive. L’olio artigianale vale il 26% del mercato. Occorre far riconoscere al consumatore sullo scaffale il vero olio extravergine 100% italiano prodotto e confezionato dal frantoio artigiano. E’ ora che i frantoiani ci mettano la faccia e un po’ di orgoglio. Per troppi anni ci siamo fatti mettere sotto con modelli F, registri e controlli. E’ ora che ci prendiamo quello che è nostro. Siamo artigiani e allora che esista sul mercato l’olio artigianale. Oggi abbiamo una legge che riconosce l’impresa olearia artigiana, riconosce il mastro oleario. E abbiamo una associazione l’AIFO che difende e promuove la nostra identità e il nostro olio. Rivendichiamo con orgoglio di essere la prima vera associazione delle imprese olearie del nostro Paese. E consapevoli della nostra forza abbiamo stretto una salda alleanza con gli agricoltori e i consumatori. E siamo convinti che la grande distribuzione ci offrirà i suoi scaffali perché il nostro è un prodotto unico e irripetibile: è l’olio artigianale di eccellenza, un prodotto garantito per la sua qualità e per il suo processo di produzione. Davanti a noi abbiamo ora un nuovo obbiettivo: la nuova impresa olearia non è soltanto produttrice di olio sano e nutriente, ma è anche produttrice di materia prima per l‘energia. La sansa e l’acqua di vegetazione non sono rifiuti, nè sottoprodotti, sono una risorsa energetica. Proponiamo che si finanzi l’ammodernamento tecnologico dei frantoi con fondi nazionali e/o comunitari destinati alla salvaguardia dell’ambiente. Fin qui le cose che abbiamo fatto.

Ora guardiamo avanti. Dobbiamo aprirci a idee nuove per lo sviluppo: l’impresa artigiana del cibo, che costituisce il tessuto produttivo del mondo agroalimentare italiano, si è sempre trovata di fronte ostacoli che hanno impedito il successo pieno del suo prodotto. Infatti il problema principale è il valore del prodotto, perché non è sufficiente mettere a punto “prodotti specialità”, ma è necessario far nascere “mercati specialità”. Pensare ancora che basti fare il prodotto tipico o naturale e inserirlo all’interno di mercati competitivi per avere distintività e successo è assolutamente velleitario. L’esperienza di migliaia di piccole aziende sta lì a dimostrare che l’operazione “nicchia” non solo non funziona, ma crea un indebito vantaggio ai prodotti speculativi dell’industria che, sfruttando le virtù e le qualità dei prodotti artigianali, ne hanno capitalizzato gli aspetti qualitativi – assumendone spesso i connotati – e vincendo la partita sul piano economico. “Guadagnare con le nicchie non è affatto facile: di solito i cibi particolari vengono lavorati da piccole imprese, che fanno fatica a produrre grandi quantità di merce, a distribuirla”, ha scritto il presidente del Censis, Giuseppe De Rita, “è questa la sfida futura del settore agroalimentare italiano: continuare a puntare sulle diversità, riuscendo allo stesso tempo ad accrescere il volume della produzione e delle vendite”.  Questa è la sfida dei frantoiani, degli artigiani del cibo, che si può vincere alla condizione di fare sistema e di creare un nuovo mercato. Poi la parola passa al consumatore.

Siamo per un cibo buono, sano e nutriente.

Per noi che fabbrichiamo cibo, la denuncia non basta. Abbiamo il dovere, l’obbligo di dare al cittadino onesto, al consumatore qualcos’altro. Dobbiamo dire al consumatore che può continuare pure a comprare l’olio a 2,49 ma deve essere consapevole che quel comportamento suona come una giustificazione per un’industria alimentare cinica e bara che non esita, per fare profitto, a mettere in commercio prodotti che, se non fanno male alla salute, certamente non hanno il valore che il cittadino paga. Forse non è una truffa, ma è qualcosa che ci somiglia molto!

Noi dobbiamo dire e offrire a quel consumatore un’alternativa.

Un olio buono, sano e nutriente.
Ma sappiamo che se ci limitassimo a offrire solo un prodotto, anche un prodotto sano, la partita sarebbe persa. Dobbiamo  riacquistare un legame forte con la società. Nei secoli passati abbiamo lasciato un segno  indelebile della nostra presenza, del nostro lavoro. Ma oggi, cosa sta dando la nostra generazione? Che tipo di rapporto abbiamo con il nostro territorio? Che rapporto con il nostro consumatore?

Dobbiamo darci un codice etico.

Abbiamo dato vita prima ad una Guida ai frantoi artigiani, la guida “pane e olio” e poi ad un progetto culturale che abbiamo descritto nei due volumi “il valore dell’olio”. Diamo a Cesare quel che è di Cesare: quando fu emanata la legge 4 gennaio 2013, n. 9 “Norme sulla qualità e la trasparenza della filiera degli oli di oliva vergini” furono molte le critiche interessate di quanti, fino a quel momento, avevano potuto produrre e mettere in commercio olio conforme solo formalmente (quando lo era) a quanto stabilito dalle norme vigenti a proposito degli oli dalle olive. Finalmente si è aperto uno spazio per l’olio di frantoio: la qualità dell’olio è diventata oggetto di specifica tutela con risultati positivi sia per i frantoiani, finalmente in grado di monetizzare sul mercato la qualità più elevata e garantita del loro prodotto, sia di riflesso sugli olivicoltori per i conseguenti effetti positivi sul prezzo di mercato della materia prima, le olive.

Restava un varco. Il frantoio oleario artigiano era, dal punto di vista normativo, una realtà evanescente: che esiste lo sanno tutti, ma quale siano gli elementi che lo identificano restava abbastanza incerto, cosi come priva di precisi elementi identificativi era la figura del mastro oleario, di colui cioè che sovrintendendo nel frantoio al processo produttivo è il garante di fatto, quando non anche giuridico, della qualità di esso. La legge della Regione Puglia, 24 marzo 2014 è intervenuta a colmare questo vuoto definendo l’impresa olearia, come quella che estrae l’olio dalle olive; non è quindi impresa olearia quella che si limita ad imbottigliare l’olio. Novità assoluta è anche la definizione dell’impresa olearia artigiana, e la qualificazione dei mastri oleari con la definizione dei compiti a lui spettanti e la istituzione presso l’assessorato regionale dell’apposito albo professionale. Da sottolineare che in base a questa legge il mastro oleario è il responsabile della conduzione tecnica del frantoio e la sua qualificazione professionale conseguita in una regione, vale in tutto il territorio nazionale.

SIAMO ORGOGLIOSI DI FIRMARE IL NOSTRO OLIO, L’OLIO DEI FRANTOI ARTIGIANI: IL CONSUMATORE HA IL DIRITTO DI SAPERE CHI E’ COLUI CHE HA PRODOTTO L’OLIO CHE HA COMPRATO.

E QUESTA REGOLA LA VORREMMO PER TUTTO IL NOSTRO CIBO.

A questo punto ci sentiamo di dire che hanno sempre meno forza le opposizioni alla menzione in etichetta del carattere artigianale dell’olio di frantoio, in presenza di una norma, sia pure regionale, ma che è inserita a pieno titolo nel nostro ordinamento giuridico che definisce l’impresa olearia artigiana come entità distinta nel comparto oleario del nostro paese.

I mercati stanno subendo un radicale mutamento per effetto della lunga e profonda crisi economica, della globalizzazione, dell’entrata sulla scena di nuovi paesi emergenti , dello spostamento della ricchezza da ovest verso est.  Nulla è come prima: si impone un cambiamento di mentalità e di offerta, le aziende devono essere capaci di anticipare le richieste del mercato e l’Italia deve valorizzare le sue ricchezze. Anche l’agricoltura non è e non sarà più la stessa: acquisteranno spazi nuovi quelle imprese caratterizzate da un alto tasso di specificità territoriale. Una agricoltura che deve far leva su una produzione di materie prime che puntino sulla unicità e sulla qualità, facendo da contrappunto alla produzione massificata e priva di specificità dei prodotti agricoli buoni per l’industria e per le grandi multinazionali.

La mappa dei consumi, dopo lo shock della crisi economica-finanziaria, riflette il processo di ristrutturazione delle filiere. Un processo questo, che ha portato molti operatori della grande distribuzione ad interpretare il mercato secondo logiche che guardano all’essenzialità e alla qualità dei consumi.  Tale trend riflette i rinnovati atteggiamenti del consumatore che, dopo aver metabolizzato la crisi a livello psicologico, ha cambiato gli atteggiamenti d’acquisto.

Il leitmotiv oggi è “spendo meno ma meglio, per avere valore”. Tutto questo si traduce in una maggiore attenzione al processo di spesa, non solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi che passa attraverso il controllo dello scontrino per evitare gli sprechi. Ha preso piede la spesa giornaliera vicino casa, si elimina la dispensa, e si torna ad acquistare “3 mele” rispetto ai 3 kg di mele del sacchetto convenienza dell’ipermercato. In questo contesto la qualità del prodotto diventa un punto importante nella graduatoria degli elementi di valutazione dell’acquisto. Ma cosa significa qualità?

Per noi qualità significa garantire al consumatore UN PRODOTTO BUONO, SANO E NUTRIENTE A UN PREZZO GIUSTO CON UNA CERTIFICAZIONE DELLA QUALITA’ DEL PRODOTTO E UNA GARANZIA DEL PROCESSO DI PRODUZIONE.

Intorno a queste idee vogliamo costruire una nuova grande alleanza. L’alleanza di tutti gli artigiani che fanno un cibo a regola d’arte, di tutti gli agricoltori che coltivano una materia prima sana e tipica, di tutti i consumatori che vogliono un cibo sano e nutriente al prezzo giusto. Una grande alleanza per un mercato del made in Italy di qualità. La nostra iniziativa per l’olio artigianale, per gli artigiani del cibo, per un mercato trasparente di prodotti sani, vuole essere un contributo per un Paese diverso, per un’Italia migliore, con un più equilibrato sviluppo sociale ed economico. Vogliamo, con le nostre aziende, e con il nostro lavoro, essere tra i protagonisti di questo cambiamento, del rinnovamento di cui l’Italia ha bisogno.