Iniziative per il rilancio del piano olivicolo nazionale

XIII COMMISSIONE PERMANENTE AGRICOLTURA

RISOLUZIONI 

Iniziative per il rilancio del piano olivicolo nazionale 

Testo della risoluzione n. 7-00625 MONGIELLO

Seduta del 17 marzo 2015: Discussione e rinvio

Seduta del 25 marzo 2015 – Seguito della discussione e rinvio

Risoluzione in commissione 7-00625

venerdì 13 marzo 2015, seduta n. 391 

La XIII Commissione,

premesso che:

è rimasto senza utili risposte l’allarme lanciato dalle maggiori organizzazioni professionali agricole e del settore della cooperazione agroalimentare di livello nazionale sulla crisi che sta scuotendo il sistema olivicolo ed oleario italiano;

le denunce che tali organizzazioni lanciano alle istituzioni, segnatamente al Governo ed al Parlamento, sono più che preoccupanti e fanno sapere che l’annata 2014 per l’olio italiano è stato un «anno nero». La campagna del 2014 si ricorderà per un calo produttivo drammatico, con una riduzione del 30-40 per cento rispetto alla media nazionale degli anni precedenti. Una situazione che ha messo in crisi i produttori olivicoli e le coltivazioni di pregio del Paese, rispetto alla quale è ormai necessario adottare azioni urgenti. Seppure dovesse risultare che il calo produttivo del 2014 sia stato un fatto occasionale, rimane tuttavia fermo che sono sempre troppi e di lungo retaggio i rischi per il settore: continua perdita di competitività, mancata innovazione, abbandono della produzione ed elevata possibilità di esporre l’olio italiano a fenomeni fraudolenti;

l’olio extravergine di oliva è l’unico olio vegetale direttamente commestibile, quindi dotato di complessi di gusto ed aroma che ne determinano i crescenti consumi mondiali. La produzione mondiale è in aumento e stabilizzata dal 2010 su oltre 3.000.000 tonnellate/anno. È una «commodity» di alto valore, che con meno del 4 per cento della produzione di oli vegetali movimenta il 20 per cento del mercato;

l’Italia storicamente aveva una posizione di rilievo per le caratteristiche qualitative del prodotto e per la importanza quantitativa delle produzioni in un mondo che vedeva l’olivo come pianta colonizzatrice e l’olio come produzione povera, talora malfatta e maleodorante, da inviare a raffinerie italiane che lo trasformavano in oli di oliva commestibili. Oggi la realtà mette in evidenza che in tutti i Paesi olivicoli e non olivicoli le piantagioni di olivo sono diventate piantagioni da reddito, e la nuova olivicoltura mondiale, che arriva appunto a 3.000.000 di tonnellate, è ottenuta con nuove e moderne piantagioni, altamente produttive, competitive, con produzioni di qualità crescente, in grado di competere sui mercati allo stesso livello delle qualità italiane, con la differenza che l’Italia con le sue produzioni decrescenti attualmente non è in grado di imporsi in nessun tipo di mercato; nel 2013/2014 la produzione italiana, probabilmente inferiore alle 400.000 tonnellate da stime ancora da verificare, rappresenta solo il 13 per cento della produzione mondiale;

come ben risulta dal testo e dagli allegati del piano olivicolo-oleario 2009/2013 predisposto dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali, ad oggi ormai superato, il comparto produttivo risulta compromesso. Il Comparto olivicolo può contare solamente su circa un milione di aziende, di cui gran parte in zone collinari e deve fare i conti con coltivazioni di proprietà che gestiscono 100 o 250 piante di olivo come patrimonio aziendale, con l’età stessa delle piantagioni che, ad esempio, in alcune zone di Italia supera i 300-500 anni, con l’estrema frammentazione varietale, con un innumerevoli cultivar delle quali non si conoscono né il comportamento agronomico né le caratteristiche dell’olio. Sono queste solo le più evidenti criticità dell’olivicoltura attuale dell’Italia che danno appena un’idea delle difficoltà del comparto, ove il ricambio generazionale ha ormai fatto venir meno i tradizionali agricoltori;

questa situazione comporta anche riflessi pesantemente negativi sulle tecniche di conduzione, approssimative e mirate al massimo risparmio fino a nessun intervento, riportando la coltivazione dell’olivo ad una coltura di sussistenza ed in certi casi senza tener conto della conservazione dell’ambiente;

ciò d’altro canto provoca anche difficoltà insormontabili per la produzione di olio di qualità, visto che la maggior parte degli agricoltori raccoglie le drupe quando può, frange quando può e come può, mentre la mancanza di disponibilità economico-finanziarie limita anche i più essenziali interventi di fertilizzazione e di difesa;

da una rapida valutazione dei dati statistici è facile ricavare questo degrado progressivo della struttura, poiché praticamente si è passati da oltre 800.000 tonnellate di olio nel 2004 a meno di 400.000 tonnellate (probabili) nella presente campagna;

l’ultima campagna ha messo drammaticamente alla luce i difetti, le manchevolezze e le necessità delle strutture produttive; una previsione di produzione già nettamente inferiore alle attese, mostrava già le tendenze al decremento del comparto. Un forte attacco di mosca olearia, lasciato incontrollato per mancanza di mezzi economici per effettuare i necessari trattamenti e l’abbandono di frutti sulla pianta determinato dal loro basso valore, hanno certamente abbassato i limiti della produzione, potendo essa arrivare a meno di 400.000 tonnellate in un momento in cui il valore dell’olio stava risalendo verso limiti di convenienza economica e malgrado nel Mediterraneo si annunciassero produzioni da record;

il paradosso di questa situazione è che questo aumento del valore dell’olio andrà a favore dei principali competitori italiani; infatti, il consumo di olio di oliva in Italia è assestato intorno alle 600.000 tonnellate, quindi sono necessarie 200.000 tonnellate di buon olio (rivalutato) solo per soddisfare il fabbisogno nazionale, alle quali si dovranno aggiungere almeno altre 200.000 tonnellate per poter continuare ad alimentare le esportazioni. Attualmente l’Italia produce circa la metà dell’olio rispetto ai propri fabbisogni;

per valutare attentamente le possibilità e gli indirizzi di sviluppo del comparto olivicolo, occorre verificare il mercato generale, il comportamento e le produzioni dei principali Paesi olivicoli e le spinte allo sviluppo del comparto olivicolo-oleario a livello globale. Nell’orizzonte europeo, compare gigantesca la montagna produttiva spagnola che ancora una volta supera 1.500.000 tonnellate (circa il 50 per cento della produzione mondiale), con produzioni provenienti da piantagioni nuove, irrigue specializzate, integralmente meccanizzabili ed inserite in una filiera già in corso di adeguamento alle caratteristiche qualitative che il mercato richiede; gli agricoltori spagnoli hanno rinnovato le piantagioni, riorganizzato le filiere, acquistato marchi di prestigio anche italiani ed ora stanno lavorando intensamente sulla qualità intrinseca delle loro maggiori produzioni nazionali. Competere con queste realtà significa competere tecnologicamente;

sempre nell’ambito europeo, la Grecia si presenta con una olivicoltura solo parzialmente rinnovata, ma con oli di elevata qualità ed a prezzi relativamente bassi. Nell’ambito del Mediterraneo una forte spinta al miglioramento tecnologico nello specifico settore dell’olivicoltura è in atto in Marocco, che tre anni fa ha lanciato il programma «Maroc Vert», che prevede interventi praticamente a fondo perduto per nuove piantagioni, ed in Turchia, ove l’olivo è visto come un investimento produttivo ed il potenziale di esportazione di questo Paese si sta avvicinando alle 100.000 tonnellate/anno. In sottofondo rimangono ancora Paesi come Siria e Tunisia, che insieme possono coprire 400.000 tonnellate (quantità pari all’attuale produzione italiana) di oli a basso costo;

al di fuori dell’area mediterranea si stanno sviluppando interessanti realtà olivicole, delle quali si deve tener conto, perché, se non influenzano il mercato nazionale, sono delle minacce concrete per le esportazioni. Negli Stati Uniti, in California, sta crescendo un nucleo di olivicoltori che mirano ad impadronirsi del mercato nordamericano, che rappresenta la migliore zona di esportazione degli oli italiani. Questo avviene sia con l’immissione sul mercato di oli di buona qualità prodotti in California, con impianti moderni, ma anche attraverso organi di stampa e dossier ufficiali che evidenziano i difetti del sistema produttivo italiano, praticamente inesistente nel loro immaginario collettivo;

nell’America del Sud, Cile ed Argentina sono impegnati nella produzione di olio attraverso nuove piantagioni, e l’Argentina ha dichiarato l’olio di oliva «alimento nacional»; attualmente è accreditata di una produzione reale di 30.000 tonnellate, con grandi ambizioni sul mercato nordamericano (Stati Uniti, Canada);

dall’altra parte del globo, la realtà australiana, ancora modesta, ma tutta costituita da nuove piantagioni, mira ai mercati orientali che rappresentano un potenziale sbocco anche per le produzioni italiane;

si tratta, in genere, nel resto d’Europa (Portogallo, Spagna, Francia e parzialmente Grecia) e nel resto del mondo (Marocco, Turchia, Sudamerica, Australia) di olivicolture da reddito ove l’unica finalità dell’impianto è produzione di oli di oliva ottenuti con tecnologie moderne di raccolta, trasformazione, e ben organizzate, in grado di dare tutte oli di eccellente qualità sotto il profilo di genuinità e purezza, e di caratteristiche organolettiche talora diverse, ma non necessariamente inferiori a quelle del prodotto nazionale;

per fermare l’abbandono ed il «disamoramento» dell’olivicoltura come fatto produttivo che trascinerebbe inesorabilmente nella caduta anche alcune delle linee commerciali più rilevanti del made in Italy» come gli oli di alta qualità, occorre prendere atto che la struttura deve essere modificata; questo non sarà fatto certamente in un arco di tempo breve, e senza un adeguato intenso lavoro di programmazione; si dovrebbe iniziare innanzitutto a ricostruire lo scheletro di una struttura produttiva efficiente attraverso nuove piantagioni che siano nel giro di pochi anni in grado di sopperire almeno ai fabbisogni nazionali e mantenere l’immagine di un mondo olivicolo dinamico e produttivo in grado di sostenere un’esportazione di qualità, e ridare al Paese un settore capace di dare occupazione e recuperare quelle forze lavoro che derivano dall’abbandono progressivo dell’olivicoltura tradizionale;

queste nuove piantagioni dovrebbero possedere tutti i requisiti per lo sviluppo e l’applicazione di tutte le moderne tecnologie;

in numerosi distretti rurali esistono ampie zone a vocazione olivicola-agricola, ove si potrebbe operare con queste nuove piantagioni, che assumerebbero un importate ruolo nella evoluzione del paesaggio analogamente a quanto avvenuto per i vigneti, che negli ultimi trent’anni sono stati totalmente sostituiti dalle nuove piantagioni adatte alle mutate esigenze agronomiche e tecnologiche, e con evidenti vantaggi paesaggistici ed ambientali;

per dare un’idea dell’immensità delle operazioni e della urgenza di iniziare le attività si portano ad esempio alcuni numeri: supponendo di dover soddisfare un fabbisogno di 200.000 tonnellate/anno di olio di oliva si dovrebbero portare a regime 150.000/200.000 ettari di nuovi oliveti che con una media di 1 tonnellata/ettaro di olio potrebbero riuscire a colmare il fabbisogno;

è evidente che un processo di questa portata richiede un arco di tempo lungo ed accurate calibrazioni dei processi a monte ed a valle delle piantagioni; è tuttavia necessario sempre ricordare che l’impianto di un oliveto determinerà una produzione 3-5 anni dopo, e che occorre aspettare comunque 8-10 anni per arrivare ad una produzione stabilizzate;

è quindi necessario avviare immediatamente il processo nelle zone e con gli agricoltori che sono interessati;

a tale scopo occorrerebbe un sistema di strumenti incentivanti che da un lato sia in grado di permettere agli investimenti di poter essere gestiti agevolmente riducendo l’effetto delle numerose norme ed autorizzazioni necessarie per la costituzione di nuove piantagioni, che dovrebbero essere realizzate solo sulla base di rigorosi criteri tecnico-scientifici, e dall’altro di permettere di costituire una linea specifica di finanziamenti, se del caso tramite un fondo di incentivazione, individuando nel modo più opportuno la fonte delle risorse necessarie e che potrebbe per esempio essere previsto a livello regionale a carico degli attuali contributi di cui ai piani di sviluppo rurale o delle organizzazioni comuni di mercato, da utilizzare per la costituzione di nuove piantagioni di olivo analogamente a quanto si sta facendo nel settore della viticoltura;

un’operazione di questo tipo non sarebbe finalizzata alla sola produzione olivicola, ma contribuirebbe a movimentare attività e quindi capitali in un indotto che va dall’attività vivaistica alle macchine agricole all’impiego di forze lavoro direttamente nelle piantagioni e indirettamente nelle attività indotte, e a creare linee produttive che già direttamente possono essere pilotate verso prodotti di alta gamma e di qualità certificate;

va evidenziato che una situazione problematica come quella attuale che sta attraversando l’olivicoltura, l’Italia l’ha già attraversata e in parte superata, alla fine degli anni Novanta nel settore, dell’agrumicoltura; per esse è stato adottato un piano nazionale condiviso dalle autorità dell’Unione europea e poi è stato attuato dalle regioni che ha brillantemente conseguito i risultati prefissati;

tale piano sarebbe necessario anche per il grande valore ambientale che riveste la coltivazione dell’olivo specialmente per quanto riguarda la protezione che conferisce al suolo e quindi alla riduzione del rischio idrogeologico e per la conservazione del territorio, essendo questa pianta, tra le specie arboree coltivate, quella con minori esigenze in termini fabbisogno idrico e difesa fitosanitaria;

lo sviluppo dell’olivicoltura avrebbe una propria valenza strategica anche per gli scenari futuri: a livello globale grazie alla diffusione della dieta mediterranea sta iniziando a diffondersi anche nei Paesi non tradizionalmente consumatori una cultura legata all’olio extravergine di oliva ed alle sue proprietà; questo fenomeno relativamente nuovo è rappresentato da manifestazioni, concorsi internazionali, forum e portali dedicati, curati da giornalisti, e food blogger. Tali iniziative non solo mettono in evidenza le migliori produzioni, ma riescono anche con estrema facilità ed ascolto ad evidenziare la scarsa qualità dei prodotti commerciali (Merum, Olive Center UC Davis, truthinoliveoil, jooprize, NYT e altro). In tale prospettiva è concretamente ipotizzabile che in un prossimo futuro sarà sempre più presente questa consapevolezza e mutata sensibilità del consumatore e sarà quindi necessario cogliere tali opportunità per elevare la qualità del prodotto esportato;

l’Italia possiede un grande patrimonio varietale ancora tutto da valorizzare ed in questo contesto teso a valorizzare la qualità e le specificità, avrebbe quindi un elevato margine competitivo e forti posizioni di vantaggio;

non è da sottovalutare poi che nello sviluppo dei nuovi impianti della futura olivicoltura nazionale vi sarebbero forti ricadute in termini occupazionali, soprattutto nel campo agroindustriale ed agroalimentare, con l’utilizzo e l’impiego dei macchinari necessari alle conduzioni agronomiche e raccolta delle olive che ne riducano sensibilmente i costi di gestione e che oggi rappresentano l’eccellenza della industria italiana meccanica del settore, sia in Italia e sia all’estero, nonché con la maggior richiesta di impianti di estrazione e separazione in due fasi dove alcune industrie italiane sono all’avanguardia con brevetti che permettono di non utilizzare acqua e con ottimi risultati per il riutilizzo delle sanse per uso agricolo e la nutrizione animale;

sarebbe necessario quindi approvare un apposito programma per lo sviluppo dell’olivicoltura nazionale ed in questo senso dotare l’attuale ordinamento nazionale di una norma specifica volta a rafforzare e sostenere lo sviluppo dell’olivicoltura ed avente contenuti analoghi a quelli di cui all’articolo 1, comma 1, della predetta legge n. 423 del 1998;

tale norma dovrebbe prevedere che, per fare fronte alla grave situazione di declino della coltivazione dell’olivo ed alla crisi di produttività del comparto olivicolo nazionale, il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, d’intesa con la conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, ed acquisito il parere delle competenti commissioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, presenti al Comitato interministeriale per la programmazione economica (CIPE) per l’approvazione le linee programmatiche di indirizzo e di, intervento per l’olivicoltura italiana anche al fine di contenere i costi di produzione, di riorganizzare la commercializzazione e di migliorare la qualità dei prodotti agricoli, tenendo conto dell’esigenza di risanamento tecnico-colturale e varietale,

impegna il Governo:

ad intraprendere le opportune iniziative, possibilmente anche a carattere d’urgenza, affinché si attui un piano per il rilancio, il rafforzamento e lo sviluppo dell’olivicoltura nazionale (piano olivicolo nazionale), allo scopo seguendo un procedimento normativo, amministrativo ed operativo, analogo a quello attuato ai sensi della legge 2 dicembre 1998, n. 423, come meglio indicato in premessa, valutando in tale ambito, la possibilità di individuare ed autorizzare una congrua somma di spesa, se del caso da associare all’istituzione di un fondo di rotazione per gli investimenti, il cui importo sia non inferiore a 90 milioni di euro da ripartire nell’arco di un triennio;

ad attivare iniziative dirette alla valorizzazione dell’olio extravergine di oliva, con particolare riguardo ad azioni divulgative volte a favorire la conoscenza delle proprietà nutrizionali e salutistiche degli oli extravergini di qualità.

(7-00625) «Mongiello, Oliverio, Realacci, Amato, Antezza, Bossa, Capozzolo, Carella, Carloni, Cassano, Cenni, Covello, Culotta, D’Arienzo, D’Incecco, Di Gioia, Marco Di Maio, Donati, Epifani, Famiglietti, Fanucci, Fedi, Folino, Galperti, Giacobbe, Ginefra, Ginoble, Grassi, Iacono, Iori, Lodolini, Magorno, Massa, Mazzoli, Montroni, Moscatt, Pelillo, Porta, Sgambato, Tullo, Venittelli, Villecco Calipari, Zardini, Bini, Sani, Albanella, Preziosi, Rigoni».

MIPAAF: 4 LINEE DI INTERVENTO PER RILANCIARE COMPETITIVITÀ DEL SETTORE  

Il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali comunica che si è tenuta ieri, presso la sede del Mipaaf, una riunione del tavolo di filiera olivicolo-oleario con i rappresentanti delle organizzazioni agricole, dei produttori, dell’industria di trasformazione e della commercializzazione. Nel corso dell’incontro, a cui ha partecipato il Ministro Maurizio Martina, è stato fatto il punto sulla situazione dell’olivicoltura italiana e sono state discusse le misure per migliorare la competitività del settore. La strategia di intervento proposta dal Mipaaf si orienta in 4 direzioni: Interventi sulla struttura produttiva per elevare la capacità di produzione della singola azienda e quella nazionale complessiva;

  • Qualificazione del prodotto per tutelare e promuovere la qualità del prodotto italiano e favorirne il posizionamento sui mercati anche internazionali;
  • Miglioramento della strutturazione di filiera: per raggiungere una più elevata redditività c’è bisogno di una filiera coesa, con relazioni interne che funzionano. Sia a livello orizzontale (offerta) che a livello verticale (relazioni contrattuali);
  • Una più efficace politica di comunicazione: introdurre elementi innovativi e cogliere le opportunità che offrirà l’Expo di Milano 2015.

“L’olio è un settore strategico per l’agroalimentare italiano e – ha spiegato il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Maurizio Martina – per questo abbiamo proposto alla filiera un piano articolato di azioni di breve e lungo periodo. Abbiamo vissuto un’annata complicata e per questo già nelle prossime ore metteremo in campo con le regioni una serie di azioni che abbiano effetto nell’immediato. Nella ripartizione degli aiuti accoppiati abbiamo già stanziato oltre 70 milioni di euro all’anno per l’olivicoltura, ma vogliamo intervenire anche con i fondi di sviluppo rurale, già dalla prossima primavera. Alla filiera abbiamo proposto 4 linee di intervento con un filo conduttore fondamentale che deve essere il miglioramento dei rapporti tra i vari settori coinvolti, insieme a un forte lavoro sull’aggregazione dell’offerta. Ci sarà molto da fare anche sul fronte della promozione del prodotto e sfrutteremo l’occasione di Expo anche in questo senso”. 

“Tutto bene – ha commentato il direttore di AIFO Giampaolo Sodano – salvo il fatto che all’expo c’è sicuramente un padiglione del vino, ma non c’è traccia dell’olio. Se poi il ministro la pensa come il presidente della federalimentare e cioè che l’olio dalle olive made in Italy è un condimento, come tanti altri e quindi come l’aceto e l’olio di semi che avranno uno spazio nel padiglione dell’industria agroalimentare, allora tanti saluti alla promozione del nostro eccellente olio dalle olive”.